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Oggi la nostra prima vera e propria riunione di redazione



Mancano meno di 24 ore al lancio e siamo tutti molto stanchi, tesi e nervosi. A pranzo non abbiamo quasi detto una parola. Ma è giusto che sia così: l'Antefatto sta per morire e noi non sappiamo ancora se potremo gridare viva ilfattoquotidiano.it. Paola, che ha accompagnato me, Marco e Pino nell'avventura di Voglioscendere e ha seguito la creazione del nuovo sito fin dal primo giorno, è purtroppo a casa. Qualche giorno fa ha subito un piccolo intervento chirurgico e passerà ancora qualche settimana prima che possa a tornare a lavorare con noi. In redazione, a Milano, c'è però spesso Antonella che di decisione e d'iniziativa ne ha da vendere: ve la ricordate mentre chiede a Marcello Dell'Utri perché considerava Vittorio Mangano un eroe e finisce per venir insultata? Quelle immagini hanno fatto il giro del mondo. Ha coraggio. A Roma sono invece tutti elettrizzati. Certo, i colleghi capiscono che d'ora in poi le loro giornate saranno più pesanti. Fino alle 4 del pomeriggio produrranno contenuti anche per il web. Ma la cosa non pare spaventarli. (leggi tutto) di Peter Gomez

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Articoli | Enrico Fierro

Da Fininvest al Milan: “Cavaliere, risponda”

8 dicembre 2009

Anno 1998, su La Padania una radiografia in 11 domande di ciò che già allora non tornava sull’impero di Berlusconi.

1. Il 26 settembre 1968, la sua Edilnord Sas acquistò dal conte Bonzi l’intera area dove lei edificherà Milano 2. Lei pagò il terreno tre miliardi di lire. Questa somma del '68, quando lei aveva 32 anni e nessun patrimonio familiare a disposizione, era di enorme portata. Oggi equivarrebbe a oltre 38.739.000.000 di lire. Dopo l’acquisto, lei aprì un gigantesco cantiere edile, che in 4-5 anni edificherà l’area abitativa di Milano 2. Tutto questo denaro chi gliel’ha dato?

Il 22 maggio 1974 la sua società Edilnord Centri Residenziali Sas compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni di lire. Un anno dopo nuovo aumento fino a due miliardi (14 miliardi di oggi). Da dove e da chi le sono pervenuti tali capitali in contanti? Se lei non lo spiega, signor Berlusconi, si è autorizzati a ritenere che sia denaro dall’orribile odore. (Stesse domande anche la 3, 4 e 8 dedicate alla Italcantieri, al cambio di nome della Edilnord in Milano 2 e per la Romana Paltano)

Nel marzo del ‘75 lei diede vita alla Fininvest Srl, 20 milioni di capitale, che l'11 novembre diventeranno 2 miliardi con il contestuale trasferimento della sede a Milano.

L'8 giugno 1978, ancora a Roma, lei fondò la Finanziaria di Investimento Srl, soliti 20 milioni, amministrata da Umberto Previti, padre di Cesare.

Il 30 giugno 1978, quei 20 milioni diventeranno 50, e il 7 dicembre 18 miliardi (81 miliardi di oggi ).

Il 26 gennaio 1979 le due "Fininvest" si fonderanno. Questa massa di capitali da dove arrivò? (Idem la 6)

Sul finire del 1979, lei diede incarico ad Adriano Galliani di acquistare frequenze tv. Galliani entrò in società con i fratelli Inzaranto nella loro rete Sicilia Srl. Soltanto che Giuseppe Inzaranto era anche marito della nipote di Buscetta che nel 1979 non è un "pentito", è un boss. Lei lo sapeva?

Lei fondò l'immobiliare Idra col capitale di 1 milione. Questa società, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l'anno dopo - era il 1978 - aumentò il proprio capitale a 900 milioni. Come fu possibile?

Perchè ha acquistato il giocatore Lentini attraverso la finanziaria Fimo che era sede operativa di Giuseppe Lottusi, riciclatore di soldi sporchi della cosca dei Madonia e Lottusi?

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

Perchè queste foto

30 ottobre 2009
di Vitantonio Lopez

La camera di sicurezza di una ”caserma dei carabinieri certo non è il posto più confortevole” dove passare la notte. Così il comandante della compagnia dei carabinieri ci spiega perchè Stefano Cucchi è arrivato con gli occhi pesti in tribunale. Dove, comunque, assicura, “nessuno ha avuto niente da dire”. Dopo quella notte in caserma, il passaggio in tribunale e quello in carcere, è finito in un letto d’ospedale, ha agonizzato per cinque giorni ed è morto con i genitori tenuti fuori della porta, senza poterlo vedere, senza sapere delle sue condizioni. Non fosse stato per la battaglia lunga anni della madre, poco o nulla si sarebbe saputo pure sulla morte di Federico Aldrovandi, ammazzato di botte a 19 anni per strada da quattro poliziotti. E Aldo Branzino, falegname di 44 anni, arrestato per un po’ di marijuana e trovato cadavere nella cella trentasei ore dopo. Quando chiedi, per Federico, per Aldo, per Stefano, ti senti sempre rispondere che nell’arresto, in carcere, le regole sono state rispettate, che le procedure sono queste. E’ per questo, per rompere questo muro di cinica indifferenza che i genitori e la sorella di Stefano hanno dovuto darci quelle foto. Ci hanno messo sotto gli occhi quel viso, quel corpo massacrati e noi li mostriamo a voi perchè non c’è legge, regola o procedura che possano giustificarlo. Perchè non si può vivere, e morire, così.

stefano
Le foto di Stefano diffuse dai familiari

da Il Fatto Quotidiano n°33 del 30 ottobre 2009

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

Abolite il reato di Vilipendio

17 ottobre 2009
Il reato di vilipendio può essere abolito. Basta che chiunque abbia titolo, proponga l’abrogazione dell’art. 279 del Codice penale. Parola del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. «Giudichino i cittadini - spiega il presidente - che cosa è libertà di critica e che cosa non lo è nei confronti delle istituzioni, che dovrebbero essere tenute fuori dalla mischia politica e mediatica». Il riferimento al vilipendio è di stretta attualità dopo che la Procura di Roma ha aperto un fascicolo sul leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, e del direttore di Libero Maurizio Belpietro. Plausi da ambo i rami del Parlamento: "È un’apertura coraggiosa e positiva”, dichiara Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del PdL al Senato; “Sono venute parole importanti” , afferma Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato. Forse, quindi, ci siamo.

da Il Fatto Quotidiano n°21 del 17 ottobre 2009

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

Musica, una legge per i diritti (d’autore e di tutti)

16 ottobre 2009
di Antonio Gaudino

Poco meno di dieci anni fa, i giudici della California “liberal” sentenziarono: Napster deve chiudere, perché fuorilegge. Una cosa è certa, all’allora ventenne Shawn Fanning, l’inventore di Napster, prima del famoso accordo con la Bmg, riuscì nell’impresa del secolo, assassinare il copyright e resuscitare il comunismo (per lo meno quello digitale). E’ in atto ormai da anni, il conflitto fra l’era industriale e quella virtuale. Da un’idea semplice, come quella di un banale scambio, è nata una rivoluzione che ha fatto saltare lo strapotere delle major. Non a caso la Bertelsmann (Bmg), prima del verdetto, scese a patti con il “nemico” numero uno, intuendo le potenzialità devastanti che Napster poteva sprigionare nell’immediato presente e nel prossimo futuro. L’idea delle major, prima della sentenza, era quella di farla chiudere, smontare Napster per studiarne la tecnologia e utilizzarla a proprio vantaggio. Si narra fosse questa la soluzione finale. Del resto, la storia dei diritti d’autore è storia antica. Nel 1709 la regina Anna d’Inghilterra introdusse nello Statuto del Regno inglese (colonie comprese) la prima legge mondiale sui diritti d’autore, che fu approvata dalla maggioranza del parlamento. Fino ad allora, i grandi geni dell’arte tutta, mossi dall’esclusiva esigenza di “creare”, non si erano mai preoccupati di affermare la proprietà delle loro opere. Una cosa di cui tutti parlano ancora oggi, politici, discografici e addetti ai lavori in genere, ma a cui a nessuno viene in mente è quella di mettere mano al prezzo (Iva inclusa) dei cd. I venditori di cd pirata e il concetto stesso di Napster hanno alla fine una motivazione comune, i cd costano troppo.

Certo è che a nessuno fa piacere acquistare musica pirata o scaricare musica per masterizzarla su degli anonimi cd-r, un po’ per i sensi di colpa nei confronti del mercato autorizzato e un po’ per la qualità di questi prodotti, che sono scadenti quanto economici, ma è anche vero che per la maggior parte degli acquirenti, giovani tra i 17 e i 25 anni in media, i 20 euro del cd rappresentano una spesa. Lo stato italiano non si è ancora adeguato al 4% d’Iva che l’Europa adotta sulla musica in quanto prodotto culturale; da noi la musica rimane un bene di lusso, e, in quanto tale, soggetta a Iva del 20%. La proposta di legge Veltroni giace in parlamento da anni. Le major vinsero facendo chiudere (o vivere a modo loro) la rivoluzionaria Napster. Gli artisti (anche quelli più sensibili e impegnati) fanno buon viso a cattivo gioco. Le vere vittime di questa new economy erano e sono i ragazzi, e gli acquirenti tutti, che fanno mercato pagando cifre inaccettabili per un bene culturale come la musica.

da Il Fatto Quotidiano n°21 del 16 ottobre 2009

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

La partita decisiva, il mio Diego anima inquieta del Sud America

15 ottobre 2009
Con questo articolo, il regista Marco Risi inizia la sua collaborazione con “Il Fatto quotidiano”. Lo fa parlando di uno dei grandi enigmi irrisolti del continente sudamericano, Diego Armando Maradona. Su Dieguito e sul suo sprofondo apparentemente senza fondo, Risi aveva già indagato, nel suo “La mano de dios”. Oggi ritorna sul luogo del delitto, senza volontà omicide.

A Buenos Aires, tra le pieghe nascoste di una città multiforme, esiste una chiesa speciale. Esteriormente, somiglia a tutte le altre. Ingresso, navate, altare. Dentro però, si professa il culto preferito di una nazione. Quello maradoniano. La gente si riunisce. Entra in silenzio per dare poi voce a una sottile linea di pensiero che attraversa l’anima inquieta di un luogo unico al mondo. Le invocazioni a Dio, in quell’avamposto quasi eretico, sono rivolte a Diego Maradona. L’ho visto con i miei occhi, ascoltato con le mie orecchie. “Ave Diego che sei tra noi”. Se non si è almeno una volta nell’esistenza trasvolato l’Oceano per giungere nella culla del maradonismo, riesce difficile crederlo. Ma Baires è un caleidoscopio di volti, in cui dietro la patina, l’ologramma di Maradona non abbandona mai gli abitanti. Nei bar, davanti alle edicole, nelle strade larghe come highway o nei vicoli senza luce, Diego c’è.

Mantra e dogma, speranza e fideismo. La venerazione per Maradona, tocca gli spigoli e sfiora gli angoli. E’ un vento che rincorre se stesso e si autorigenera quotidianamente. In alto il re, in basso i sudditi. E’ così da quasi trent’anni e l’attitudine non è mutata neanche nei frangenti più complicati dalla frastagliata biografia del Pibe.

Ho conosciuto Diego Maradona in Italia. Era l’estate del 2005. Da tempo cercavo inutilmente di fissare un incontro per presentare all’oggetto della mia investigazione, il progetto di un film su di lui. Io e Gianni Minà raggiungemmo Cesenatico in un caldissimo giorno di luglio. Nel campus organizzato dal suo ex compagno di squadra e sodale Salvatore Bagni, l’atmosfera era quella della colonia estiva. Bambini ovunque, palloni, un confuso sciamare di dialetti e dietro allo spettacolo, lui. Sdraiato su una sedia, silente, un ombrellone a coprirne il corpo che dopo l’espansione, stava riappropiandosi di se stesso.

Un quadro triste. Immobile. Ad un tratto Diego si alzò, si era stancato della finzione, del ruolo in cui quella situazione lo ingabbiava senza possibilità di fuga. In un istante, cambiò il cielo. Vidi gli occhi prendere vita, il sorriso incresparsi, il corpo liberarsi nell’alveo più naturale per lui. Quello in cui era nato ed era riuscito ad esprimersi meglio.

La felicità non costa niente e per lui, prendeva forma solo sul prato verde. Poi parlammo. Ne ricavai l’impressione di un uomo di un’idiscussa intelligenza animale. Un monumento alla malinconia e alla fragilità, come solo sanno essere i geni, ma senza reali punti di rottura. Diego ha sempre camminato da solo. Nel sole e nella tempesta, con l’approvazione o il discredito. La solitudine lo abbraccia da quando è nato, anche se ammetterlo gli costerebbe troppo.

E’ stato l’unico calciatore che io ricordi, a poter vincere una partita da solo. Neanche Pelè sarebbe riuscito nell’impresa, ma Diego era diverso. Sentiva la missione, avvertiva l’investitura popolare. Potrebbe utilizzare la sconfinata mitologia sul suo conto, nella maniera più conveniente. Entrare in politica, come sentivo preconizzare in certi ristoranti argentini, in cui i notabili ragionavano sui possibili approdi di una stella appassita. Oggi che i proci e gli pseudoamici di un tempo hanno dirottato l’attenzione verso lidi altri, Diego lo deciderà finalmente in assoluta autonomia. Ieri notte Maradona si è giocato molto. Nell’ennesima roulette russa della sua vita, le pallottole gli sono passate molto vicino. Quella con l’Uruguay non è soltanto la partita che decide se l’Argentina vedrà da vicino le contraddizioni sudafricane ma rappresenta soprattutto la sfida con il passato prossimo e l’immediato futuro. I miei amici argentini non temono.

Non si dubita di una divinità. Per empatìa e irriducibile desiderio di schierarmi con i più deboli, accarezzo anch’io qualche certezza. Rammento lo scetticismo nei confronti di Bearzot, Zoff e Bruno Conti. Erano i giorni di Pontevedra, 1982. Al termine della notte, conquistammo il mondiale.

Non escludo che a Maradona, una volta superate le colonne di Montevideo, possa accadere lo stesso. Nella difficoltà sa risorgere come nessuno, la complicazione è il mare in cui preferisce nuotare e se la Celeste, a un’ora in cui i bambini dormono, non si sarà messa tra lui e il sogno, Maradona sublimerà anche quest’aspettativa.

Maradona fluttua in una dimensione tutta sua. Da tempo non può più rispondere ai canoni della normalità. La trasposizione dei piani si verificò nell’epoca buia. Nei momenti più cupi, quelli in cui supponeva di dominare il reale, assumendo dieci grammi di cocaina al dì, Diego iniziò a spiazzare la verità.

Divide anche adesso che la droga sembra lontana e quella sostanza che pare sollevarti e poi inevitabilmente distrugge la psiche, pare un veleno preistorico.

Anche l’Argentina è spaccata come una mela ma Diego, di fronte a questa scissione, ha mantenuto il coraggio della contraddizione e l’inesausta fiamma che gli permette di buttarsi nella mischia come quand’era giovane, con sette fratelli, nell’inferno di Villa Fiorito.

Per meglio comprendere nessi e circostanze, bisogna sentire l’odore delle cose. Calarsi nei meandri sconsigliati e nelle tante lande dimenticate. Villa Fiorito appartiene a quella schiera. Girammo nella casa di uno degli amici di infanzia di Maradona, tra pistole sul tavolo e criminali comuni. Respirammo l’aria che Diego aveva avuto come amica e compagna fin dall’infanzia. Un’aria che ti costringe all’attenzione e alla scelta, alla decisione immediata e all’intuito. Nessuno come lui ha spinto le masse all’identificazione. Non solo per una smania di somigliare a un eroe maledetto ma perchè, chi per gettarsi nella battaglia ha fatto a pezzi la diplomazia, dimostra ogni giorno che la convenienza personale non è la sola ragione a cui immolarsi. Esiste un’altra via, un possibilità differente di essere, un certo modo di non sembrare.

In mente, dopo tanti mesi piegato su una sceneggiatura, in cui come nelle scatole cinesi, ad ogni porta aperta corrispondeva una barriera omologa, mi sono rimaste le immagini. Fotografie indelebili. Mentre la discesa non conosceva freno, Diego emigrò a Cuba.

Nell’avventura all’ombra di Fidel Castro lo seguì un factotum italiano che in patria, a migliaia di chilometri dall’isola, possedeva un paio di ristoranti.

Il suo sosia. Grasso, perduto, devoto. Era il suo doppio, l’alterego che in quel viaggio disperato e finale, Diego aveva voluto al proprio fianco.

Maradona impugnava la mazza da golf fino a tarda sera, quando sull’Avana, le stelle avevano già da un pezzo occupato il cielo senza condizioni. E in quel contesto da meteora decaduta, Diego aveva individuato in quello sport altero e antitetico alle sue origini, la boa cui aggrapparsi per stare lontano dalla sostanza che lo aveva quasi ucciso. Accanto alle buche, a tenere la torcia al sovrano in disgrazia, in quell’imbrunire gravido di simbolismi, c’era il suo amico. Maradona mi ha sempre fatto venire in mente Charlie Parker. Se hai suonato quella nota, raggiunto le vette, sfiorato il paradiso, ripetersi diventa un dovere. Sfiorare la terra può essere la pena più dolorosa da scontare. Ancor di più in un paese in cui gli abitanti parlano spagnolo, vestono all’inglese ma vorrebbero essere francesi e hanno visto in Diego l’entità sovrumana capace di far gol in undici tocchi. Fu un lampo, l’isteria collettiva, il prodigio che si trasforma in semplicità. Con l’Inghilterra, subito dopo aver punito con il pugno le malefatte inglesi alle Falkland-Malvinas, Diego aveva pittato un’opera d’arte.

La rete perfetta, realizzata come Nureyev, ballando tra gli avversari. Il radiocronista che raccontò in tutte le case argentine, da Posadas a Ushuaia, quell’epopea, era uruguaiano. Lo scovammo dopo una perigliosa ricerca.

Ascoltammo la cronaca dell’epoca, parlammo con lui, mettemmo ne “La mano de Dios”, quella voce ritmata “ta-ta-ta-ta” che sapeva dove arrivare. Lui ci confessò che a metà dell’azione di Maradona, ebbe l’intuizione decisiva. Sapeva che nessuno lo avrebbe fermato. Che al di sopra di tutto, con tipica enfasi argentina, qualcuno aveva già deciso. In quella profezia avverata, c’era molto del segreto di Diego. Anche se il campo si è ristretto e inseguire la lucentezza, ha lo stolido suono delle rincorse improbabili, io e quel cantore moderno la vedevamo nello stesso modo. Tifosi, non giudici. Con la birra nell’angolo e la televisione accesa. A tutto volume.

di Marco Risi da Il Fatto Quotidiano n°20 del 15 ottobre 2009

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

Amantea, la strada dei veleni e dei tumori

15 ottobre 2009
La Procura indaga sullo smaltimento illecito di materiali inquinanti mentre nel Comune calabrese la gente muore
di Rosa Praticò

È una strada stretta via Montebianco. Lunga poco più di 100 metri. Una palazzina dietro l’altra. Una ventina di famiglie. Ognuna con il suo morto o il suo ammalato di cancro. Dieci vittime dal 2000 ad oggi. E 25 persone che lottano ancora contro il tumore. Siamo ad Amantea, costa tirrenica della Calabria. A circa 5 chilometri dal torrente Oliva oggetto dell’inchiesta della procura di Paola sullo smaltimento illecito di materiali inquinanti. Sulla spiaggia vicino, diciannove anni fa, si è arenata la Jolly Rosso, nella lista delle cosiddette navi dei veleni.

In via Montebianco sono andati gli esperti dell’Arpacal, l’agenzia regionale per la protezione ambientale della regione, e quelli dell’Asp, l’azienda sanitaria provinciale di Cosenza. “Non abbiamo trovato nessun riscontro scientifico alle notizie allarmistiche” assicura l’allora dirigente dell’Asp, Piero Borsani.

Ma Adriano Bruni, 34 anni, non si rassegna. Ha visto troppa gente morire. Ultima sua madre, a maggio. Aveva solo 55 anni. “Qualcuno mi ha consigliato di stare zitto - confessa - perché danneggio l’immagine del paese e allontano i turisti. Ma io vado avanti, ci deve essere per forza qualcosa sotto”. Lo sguardo va alla fabbrica abbandonata con il tetto in eternit “mai bonificata”, dice. Va alla sottostazione ferroviaria “per anni zeppa di amianto” . E poi a uno dei palazzi più recenti “costruito dove prima c’era un deposito di vecchie auto con tanto di barili d’olio e batterie scariche”, continua Adriano, che ha fondato il ‘Comitato per la vita’. Con il sostegno di una cinquantina di persone. Ma all’associazione mancano i soldi per chiedere “la perizia di qualcuno che venga da fuori, qualcuno super partes con il curriculum giusto”. Il Comune di Amantea, a quanto pare, aveva stanziato dei fondi “ma poi è stato sciolto per infiltrazioni mafiose e non si è fatto nulla”. L’avvocato dell’associazione, Salvatore Politano, spiega: “nessuna delle autorità competenti vuole sciogliere i nostri dubbi, anzi una dottoressa del dipartimento prevenzione dell’Asp ha addirittura consigliato ai miei assistiti di curare meglio l’alimentazione”. Soltanto qualche giorno fa ci sono stati nuovi rilievi dell’Arpacal e dei carabinieri di Amantea.

Li ha richiesti il nuovo procuratore di Paola, Bruno Giordano. Un’attività di monitoraggio. Perché come dice Tonino, che in via Montebianco ha un magazzino, “ormai da queste parti si sente solo parlare di morti e ammalati di cancro”. In effetti in tutto il tirreno cosentino negli ultimi 15 anni c’è stato “un aumento esponenziale” di questi casi. A dirlo è Gianfranco Filippelli, responsabile del reparto di oncologia dell’ospedale di Paola, un osservatorio privilegiato. “Abbiamo registrato - spiega - in particolare più tumori al colon e alla mammella. Per quelli all’intestino siamo alla soglia dell’epidemia: tutto è legato all’inquinamento globale di questo territorio”.

Il consulente della procura di Paola, Giacomo Brancati va oltre. E dice: “Nell’analisi che ho condotto, nelle zone prospicienti al torrente Oliva ho registrato un numero di tumori maggiore che in altri luoghi della regione. Parlo anche di quelli alla tiroide, per i quali c’è una correlazione netta molto alta con la presenza di sostanze radioattive“. Brancati fa riferimento ad alcune frazioni dei comuni di Serra d’Aiello, Aiello Calabro, San Pietro in Amantea ed Amantea. Proprio quelle in cui è emersa la presenza di metalli pesanti e residui nucleari non naturali come il Cesio 137, interrato a pochi metri di profondità. Non solo. Sempre dalle analisi disposte dalla Procura di Paola è venuto fuori che, in una vecchia cava dismessa sulla strada di Serra d’Ajello, le radiazioni superano fino a cinque volte i livelli normali. “Sembrerebbe esserci un nesso tra questo materiale nocivo e un trend superiore nell’andamento delle malattie tumorali nell’area considerata. Con un picco avvenuto tra la fine degli anni ‘80, i primi anni ‘Novanta ‘90 e l’ inizio di questo decennio”, commenta il procuratore Bruno Giordano.

Ma Brancati tiene a precisare che già nel 2005 aveva suggerito all’azienda sanitaria locale un’indagine epidemiologica di campo e la bonifica del territorio. Cosa che oggi chiedono nuovamente le associazioni ambientaliste e i comitati cittadini. Quello nato in memoria di Natale De Grazia, il capitano della Marina morto in circostanze piuttosto strane mentre indagava sulle navi, ha dato il via ad una petizione. E ha già raccolto più di 4 mila firme.

da Il Fatto Quotidiano n°20 del 15 ottobre 2009

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

La giornata di un parlamentare? Sembra un foglio bianco

15 ottobre 2009
IL RACCONTO
di Giuseppe Giulietti (portavoce di Articolo21)

Primo sms. "Si avverte che le votazioni avranno luogo lunedì pomeriggio ore 16". Accidenti devo disdire l'incontro con i ragazzi di Libera che hanno promosso un incontro su mafia e informazione. Secondo sms: "Si avverte che le votazioni avranno luogo martedì alle ore 11". Convocare o no la riunione? Disdire subito gli appuntamenti di martedì compreso l'incontro con il sindacato europeo dei giornalisti, ma sarà bene non correre rischi, ci manca solo che si ripeta la vicenda dello scudo fiscale. Sms tre: "Votazioni spostate al pomeriggio, il governo sta valutando di mettere la fiducia". A questo punto rinuncio a organizzare alcunché, perché, a differenza di Berlusconi, non penso di essere il miglior parlamentare degli ultimi due secoli e non sono ancora riuscito a regalarmi il dono dell'ubiquità che mi consentirebbe di essere in aula, in commissione, ovunque, a prescindere dallo spazio e dal tempo.

Al di là dell’ironia questa modalità di organizzazione dei lavori, incide sulla qualità dei lavori, rende impossibile la continuità, vanifica persino quel poco di creatività e di impegno civico che comunque ancora resiste e che anima non pochi parlamentari, e non solo nelle fila dell’opposizione. Sarebbe tuttavia un grave errore limitarsi ad una superficiale descrizione di quanto sta accadendo e non cogliere che si tratta di una vera e propria questione democratica. Sono rimasto imbarazzato quando il direttore Padellaro mi ha gentilmente chiesto di descrivere una giornata tipo del Parlamento. La tentazione sarebbe stata quella di mandare un foglio bianco, allegando gli ultimi ordini del giorno e i calendari di lavoro. Dall'inizio di settembre l'aula funziona a mezzo servizio, di regola le sedute si limitano al martedì pomeriggio e al mercoledì. Volete un esempio? Questa settimana le votazioni si sono svolte dalle 16 alle 19 e stamane (ieri per chi legge) dalle 11 alle 13. Il lavoro nelle commissioni ha seguito lo stesso andamento. Cattiveria del presidente Fini? Scarsa volontà dei singoli parlamentari? Furbizia della casta per intascare la diaria e andare a casa?

Magari le cose stessero così, sarebbe una schifezza, ma sarebbe persino più rassicurante, il male sarebbe stato individuato con certezza. Purtroppo sta accadendo qualcosa di più grave e cioé un lento svuotamento della Costituzione. L'attività legislativa si sta trasferendo altrove, potere esecutivo e potere legislativo si stanno sovrapponendo. Il governo procede per decreti, quando ha paura delle sue divisioni interne mette il voto di fiducia. Questo lento processo di svuotamento del Parlamento si accompagna alla preannunciata offensiva contro l'autonomia del potere giudiziario e contro quel poco che resta dell’autonomia dell’informazione. Chiunque non sia in malafede o non sia un complice non può non vedere che Berlusconi e i suoi hanno in mente di realizzare una Repubblica presidenziale a reti unificate, fondata sul rapporto diretto tra il capo e la sua folla di spettatori. Ieri mattina, Il Fatto Quotidiano ha denunciato lo svuotamento progressivo del Parlamento. E per fortuna, le opposizioni, tutte insieme, hanno sollevato con energia il tema: lo fatto il gruppo dell'Idv manifestando davanti alla Camera, lo ha fatto il presidente Casini, lo ha fatto il Pd con l'onorevole Bressa che ha ricordato come l'aula è diventata" quasi muta". Forse bisognerà andare oltre, bisognerà restare in aula anche quando vorranno limitarne i lavori, forse bisognerà ricorrere a forme di protesta più clamorose, forse le opposizioni unite potrebbero riunirsi in cento piazze italiane e raccontare ai cittadini quanto rischia di accadere.

Nei giorni scorsi il direttore della rivista Confronti, storico giornale del dialogo interreligioso, Gian Mario Giglio, in una lettera spedita all’associazione Articolo21, ci ha invitato tutti a difendere la Costituzione promuovendo la lettura del testo in tutte le città e in tutti i paesi, portando con sé una copia della carta e un’agenda rossa per ricordare il sacrificio del giudice Borsellino e i misteri che pesano su quella morte e sullo stessa democrazia. Ci sembra una bella idea, i parlamentari potrebbero e dovrebbero mettersi a disposizione, utilizzare il proprio tempo, dentro e fuori l'aula, per difendere quei principi e quei valori che Berlusconi vorrebbe annullare o stravolgere.

da Il Fatto Quotidiano n°20 del 15 ottobre 2009

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

Ecco perché torna il Ponte

15 ottobre 2009
di Stefano Feltri
    
Perché Silvio Berlusconi torna a parlare del ponte sullo stretto di Messina proprio ora, con i corpi ancora caldi dei morti dopo il disastro dei giorni scorsi? Ieri il presidente del Consiglio ha detto: “Tra dicembre e gennaio cominceremo la realizzazione del ponte sullo Stretto”, mentre - in teoria - doveva discutere di hub e trasporto aereo. Parlare di infrastrutture in questa fase, in cui i giornali sono pieni degli sfoghi dei piccoli imprenditori del nord e dei lamenti della Confindustria sulla Finanziaria, non sembra politicamente molto utile: l’impatto delle Grandi Opere sull’economia è molto differito. Soltanto dopo mesi o anni si osservano i risultati in termini di occupazione e indotto. Il Pd dice che il presidente del Consiglio ha “un’incredibile faccia tosta” a continuare a immaginare infrastrutture strategiche dove, come dimostra la recente tragedia, non sono solide neppure le abitazioni, figurarsi i ponti.

Applicando la logica del ‘cui prodest’ si possono azzardare alcune interpretazioni. La prima è di agenda: oggi in Consiglio dei ministri si discute la Banca del Sud, o del Mezzogiorno, l’ambizioso progetto di Giulio Tremonti che non piace molto ad alcuni ministri (come Stefania Prestigiacomo e Raffaele Fitto) che temono un’eccessiva ingerenza del ministro negli affari meridionali. Berlusconi, quindi, potrebbe voler preparare il terreno alla Banca del Sud, di cui il ministro dell’Economia ha davvero bisogno per consolidare la propria posizione nell’esecutivo dopo le polemiche di questi giorni rassicurando gli altri che avranno sempre il ponte per consolarsi. Va ricordato però lo scontro tra lo stesso Berlusconi e Tremonti per il seminario promosso dal ministro sul futuro del Paese, con accenni un po’ troppo espliciti alla successione al Cavaliere. Quindi? A essere maliziosi l’uscita berlusconiana si potrebbe leggere anche così: anche se il governo boccerà la Banca del Sud, il Mezzogiorno potrà sempre contare sul ponte.

Poi, certo, bisogna ricordare altre due cose: il Ponte sullo stretto lo costruirà Impregilo, presieduta dal tremontiano Massimo Ponzellini (che il ministro ha messo alla guida della Popolare di Milano), ma questo non sembra essere decisivo. E, sempre per stare al ‘cui prodest’, il ponte sta molto a cuore alla mafia. Che non sembra troppo interessata alla banca tremontiana.

da Il Fatto Quotidiano n°15 del 15 ottobre 2009

Articoli | Marco Travaglio

Alte scariche dello Stato

14 ottobre 2009
Nel mondo libero un cittadino comune può criticare anche aspramente un potente, che ha tutte le armi per difendersi. Se invece è un potente a offendere un cittadino, questo deve avere giustizia perchè non ha altro usbergo che il “giudice a Berlino”. In Italia accade esattamente il contrario: se un politico insulta un quivis de populo, quello si protegge con lo scudo spaziale dell'insindacabilità parlamentare; viceversa basta una pallida critica per far scattare la lesa maestà. Soprattutto se il malcapitato ha espresso le sue critiche nel circondario di Roma, dove ha sede il vecchio (e a tratti redivivo) porto delle nebbie. Forte coi deboli e debole coi forti, una fetta della magistratura romana si propone come surrogato del fu lodo Alfano: botte da orbi a chi critica il potere. A meno che le offese non vengano da Berlusconi. L'ultima impresa è l'incriminazione di Maurizio Belpietro e Antonio Di Pietro per vilipendio al capo dello Stato. Il direttore di Libero è reo di avere sbeffeggiato Napolitano, accusandolo di non aver anticipato il rientro da Tokyo e di aver ritardato il rimpatrio delle salme dei parà caduti a Kabul. Il titolo era senz'altro feroce: “La dignità dello Stato non vale un fusillotto”. Si può dissentire, ma non c'è nulla che somigli al vilipendio.

Di Pietro invece ha definito “atto di viltà e abdicazione” la firma di Napolitano sotto “la legge criminale” dello scudo fiscale. Anche qui si può obiettare, ma non negare a un leader d'opposizione il diritto di criticare un atto politico. L'anno scorso la Procura di Roma inquisì per vilipendio Beppe Grillo (aveva osato paragonare Napolitano al dio del sonno) e Sabina Guzzanti (aveva spedito dantescamente Ratzinger all'inferno). Poi, bontà sua, fece archiviare Grillo per diritto di satira e la Guzzanti perchè Alfano aveva negato l'ok. In compenso non s'è mai accorta degli insulti sanguinosi vomitati da Berlusconi sugli ultimi tre presidenti della Repubblica: Scalfaro (“golpista”), Ciampi (“di parte”) e perfino Napolitano. Che quando preannunciò il niet al decreto Englaro, si sentì dare dell'assassino dal premier: “La sua lettera introduce l'eutanasia”, “è grande il rammarico che ci sia stato impedito di salvare una vita”. Ma in quei giorni la Procura di Roma era in letargo. Come l'altra sera quando, a Porta a Porta e Matrix, il Cavaliere ha accusato il Presidente di avergli promesso di subornare i giudici costituzionali perchè avallassero una legge incostituzionale. Cioè di attentato alla Costituzione. Questo sì è vilipendio. Infatti la Procura di Roma, con un concetto piuttosto elastico dell'obbligatorietà dell'azione penale, ha seguitato a dormire. Russava anche sui casi Saccà, Sanjust e voli di Stato, quando fece archiviare Berlusconi con memorabili arrampicate sugli specchi del diritto e del rovescio. Poi si ridestò per perseguitare il fotografo Zappadu. E tornò a sonnecchiare su Letta e Alfano (per il quale ha addirittura preannunciato un'archiviazione che ancora non c'è). Intanto Josè Saramago dà del “delinquente” a Berlusconi e del “cretino” a Bush, come già Michael Moore. Cose che càpitano nei paesi liberi. Come scrisse un giudice il 30 giugno 1971, la stampa libera “deve servire ai governati, non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo”. Purtroppo era il giudice Hugo Black, della Corte Suprema degli Stati Uniti.

da Il Fatto Quotidiano n°19 del 14 ottobre 2009

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

Signorini, altro che Feltri

14 ottobre 2009
FACCIO SERVIGI FINI, SONO SIGNORINI
Ecco come il direttore di “Chi” distrugge le carriere dei nemici del capo

di Peter Gomez e Marco Lillo

Che sia un figlio del demonio lo dice persino il suo padrone. “Le foto del compleanno di Noemi a Casoria? Me le ha chieste quel diavolo di Alfonso Signorini”, ripeteva in maggio Silvio Berlusconi dagli schermi di “Porta a porta”. E anche se allora nessuno se ne rendeva conto quella frase equivaleva a un investitura: Signorini da cortigiano era diventato principe. La sua metamorfosi era conclusa. Perché da giornalista si era trasformato in spin doctor. Ovvero, come recita il dizionario inglese-italiano, in “dottore del raggiro” o, se preferite, in “manipolatore di opinioni”. Sì, perché ormai è questo il vero mestiere del potentissimo direttore di “Tv sorrisi e canzoni” e di “Chi”, il settimanale di gossip della Mondadori, scelto dal Cavaliere per diffondere interviste, condurre attacchi mezzo stampa contro giornalisti e avversari politici, spacciare per vere notizie false. Un mestiere difficile che, in questi giorni, ha spinto Signorini a scatenare i suoi cronisti a caccia di elementi utili per infangare Raimondo Mesiano, il giudice civile autore della sentenza con cui la Finivest è stata condannata a risarcire con 750 milioni di euro la Cir del “nemico” Carlo De Benedetti.

Berlusconi, del resto, del direttore di “Chi” si fida. Anche perchè è uno di casa. Amicissimo della sua primogenita Marina, la numero uno della Mondadori, con la quale trascorre ogni giorno ore e ore al telefono, Signorini è stato negli ultimi due anni uno dei pochi uomini ammessi alle “cene con le ragazze” organizzate dal Cavaliere e da Giampaolo Tarantini a Palazzo Grazioli. Il suo nome ricorre spesso nei verbali delle ospiti (a volte a pagamento) del premier, spesso associato a quello del direttore di Raiuno, Fabrizio De Noce, e a quello del numero uno di Medusa Cinematografica, Carlo Rossella. Non per niente il dandy Signorini - nelle interviste lo ripete sempre - considera il dandy Rossella come il proprio maestro di giornalismo. Una confessione significativa visto che Rossella nel 2003 è stato sottoposto a procedimento disciplinare da parte dell’ordine dei giornalisti per aver “taroccato” una copertina di “Panorama” aggiungendo un folta capigliatura a un’immagine del premier ripreso di spalle. Eravamo ancora in epoca pre trapianto pilifero e alla fine Rossella aveva strappato un’archiviazione dalle motivazioni imbarazzanti: “La piaggeria non è un illecito disciplinare anche se è qualcosa si peggio sul piano morale e individuale”.

Ma tant’è. Ciascuno è libero di scegliersi i propri maestri come gli pare. Così non deve stupire se, non appena scoppia il caso della protegè minorenne del premier Noemi Letizia, le vacanze di Signorini, sono interrotte, da una telefonata. È palazzo Chigi che lo vuole far rientrare a Roma, su un aereo privato. Signorini saluta in tutta fretta il suo compagno e la sua maga-sensitiva personale, Maddalena Anselmi, e vola dal mago di Arcore. D’ora in poi lui e Rossella faranno parte dell’unità di crisi che in questi mesi tenta di difendere l’immagine del Cavaliere dagli scandali e dai rovesci giudiziari. A 45 anni suonati, con in tasca una laurea in filologia medievale e alle spalle un passato d’insegnante, Signorini spicca, dunque, il gran salto. Tanto che ora è a un passo dal prendere il posto di Maurizio Costanzo nel dopo serata di Canale 5 e, sostengono in molti, di diventare persino direttore della rete ammiraglia del Biscione. Che sia un intoccabile, del resto, a Mediaset se ne sono accorti tutti. A partire da quei ragazzacci delle Iene che già nel 2007 hanno visto l’editore censurare un servizio a lui dedicato. Che cosa era successo? “Chi” aveva pubblicato in copertina un’intervista all’attore Riccardo Scamarcio.

Ma l’intervista era falsa. Spiega a “Il Fatto”, Gianni Galli, collaboratore di Scamarcio: “Riccardo non l’aveva mai rilasciata e lo disse alle Iene. Loro però se ne erano accorte da sole visto che il testo era molto simile a un’altra intervista data invece da Riccardo a Vanity Fair”. Ma le balbettanti giustificazioni del giornalista (si fa per dire) davanti alle telecamere, non le vedrà mai nessuno. “Non va in onda”, ordini superiori. Se questo è lo stile non ci si deve stupire per quello che si è visto e letto sulle pagine di “Chi” a partire dallo scorso maggio. Dopo il primo scoop - le foto della festa di compleanno di Noemi a Casoria alla quale partecipò anche il premier - Signorini fornisce ai suoi 400 mila lettori “rivelazioni ” a ripetizione. Si parte con il padre di Noemi che sostiene di essere “un ex socialista” vicino a Craxi e di aver per questo conosciuto Berlusconi diventato “un amico di famiglia”, per arrivare al primo vero capolavoro: l’invenzione di un fidanzato. Ai giornalisti che nelle prime ore l’avevano intervistata, Noemi aveva giurato di essere single. Ci voleva dunque un partner che allontanasse il sospetto di un rapporto troppo stretto tra Noemi e il Cavaliere. Così sbuca fuori dal nulla Domenico Cozzolino, ventunenne modello di Boscotrecase, ex tronista di “Uomini e donne”, il programa di Maria De Filippi. Domenico e Noemi vengono fotografati da “Chi” a Rimini e poi sul lungomare di Napoli, mentre si baciano sotto gli occhi dei genitori di lei che assicura: “Sono illibata”. Peccato che Cozzolino per le amiche di Noemi sia un perfetto sconosciuto. Nemmeno l’ex fidanzato della minorenne, Gino Flaminio, ne ha mai sentito parlare. E di lui non si trova traccia neppure nelle foto del compleanno di Casoria.

Alla fine sarà proprio il muscoloso Domenico a spiegare come stavano realmente le cose. “È stata tutta una montatura”, dice a un settimanale concorrente. Ma ormai lo spin è riuscito. Tv e giornali hanno rilanciato le prime immagini della coppia. Nell’immaginario collettivo di una buona parte dell’elettorato si è formata la convinzione che il caso Noemi è tutta una montatura, non di Signorini, ma dei nemici del premier. Signorini così ci prende gusto. Ride quando il migliore dei suoi cronisti, Gabriele Parpiglia, organizza una trappola nei confronti del vero ex fidanzato di Noemi, Gino Flaminio, e di due giornalisti de “L’espresso”. Seguendo le lezioni di Fabrizio Corona, Parpiglia al ristorante la Scialuppa di Napoli allestisce una sorta di set fotografico con tanto di microfoni. Bisogna dimostrare che Gino - il quale ha raccontato come Berlusconi scoprì Noemi consultando un book fotografico - intasca soldi per parlare. E che L'Espresso offre altro denaro a chiunque sia disposto ad infangare Berlusconi. Non è vero niente. Ma il paradosso è un altro. Chi è abituato a pagare le interviste è proprio Signorini. A raccontarlo, agli investigatori del caso Vallettopoli che sfocerà in un processo contro Corona, è proprio il giornalista. Il caso di scuola è una sua intervista a Patrizia, il transessuale che passò una notte brava con Lapo Elkan. Per quel faccia a faccia “Chi” tira fuori 50 mila euro. Signorini però si confessa deluso. Tra il suo settimanale e la Fiat c’è un accordo. Il testo del colloquio deve essere vistato da viale Marconi. E così lui è amareggiato, perché avrebbe “voluto fare delle domande scabrose, perchè era l’unica cosa che mi interessava, ma non ho potuto farle (in aula dirà poi che era solo per curiosità personale ndr)”.

Poco male. Perchè poi sulla scena politico-finanziaria irrompe un’altra Patrizia, la escort di Bari, che ha dormito nel lettone del Premier (e “di Putin”). Ogni curiosità potrà insomma trovare risposta. Anche perché, come scrive proprio Signorini, l’intervista che Berlusconi gli rilascia «si svolge nel clima ideale per affrontare con serenità anche le domande più difficili». Seguono quattro pagine di interrogativi del tipo: «Come convive il Berlusconi nonno con il Berlusconi Superman?»; «Bisogno di vacanze? Dove andrà questa estate?». Il cavaliere risponde a tutto. La patria è salva. Il giornalismo un po’ meno.

da Il Fatto Quotidiano n°19 del 14 ottobre 2009

Articoli | Luca Telese

Sindaco Alemanno, adesso basta con la teppaglia nera a Roma

13 ottobre 2009
In questo giornale non abbiamo nostalgie per l’antifascismo militante, che negli anni di piombo si faceva spappolando a colpi di chiave inglese i crani dei ragazzini come Ramelli.

In questo giornale siamo convinti che Gianni Alemanno sia un leader eletto democraticamente, che non abbia portato manipoli di squadristi ad abbeverarsi nelle acquasantiere della Capitale. E’ uno stupido gioco ideologico esercitarsi negli esami del sangue al sindaco di Roma o additarlo come il figlio di un dio minore in virtù della sua storia. Al contrario: per noi c’è più affidabilità nella sua biografia post-missina, che nei vacui curriculum televisivi delle veline azzurrine con cui Silvio Berlusconi ha avvelenato il Pdl. Se si parla di violenza, questo giornale non conosce doppiopesismi: ci ripugnano tanto le coltellate a Dino (il giovane gay aggredito al Colosseo) quanto le ignobili molotov tirate ad Acca Larentia (potevano far strage di bambini, solo pochi giorni fa).

Premesso tutto questo, chiediamo al sindaco di Roma: non crede che sia (anche) necessario, con una punta di coraggio autocritico, aggiungere un epigramma di verità, al rosario delle solidarietà dovute e delle “vicinanze” istituzionali? Ci chiediamo se anche Alemanno, al pari di noi, si sia convinto che a Roma stia accadendo qualcosa di grave. Se non creda che questo incredibile rigurgito di violenza para-politica, pseudo-ideologica o semplicemente razzista, meriti una riflessione più complessa di quella che le cronache di questi giorni, i sermoni delle autorità e i discorsi di circostanza ci offrono. Ai tempi del delitto Reggiani, parte del centrodestra prosperòsull’ideabalordachel’escalationdellaviolenza di alcuni extracomunitari dovesse essere attribuita alla giunta Veltroni. Alemanno sa, che ribaltando quel gioco, la sua giunta diventerebbe “oggettivamente” responsabile delle aggressioni omofobe e violente di questo anno (e non ci passa per la testa).

Per questo vogliamo chiedere ad Alemanno se sia consapevole che a tutte le parole di condanna che ha pronunciato, ne manchi ancora almeno una, di analisi vera. Una riflessione che rompa l’inutilità del rito. Nelle bastonate ai diversi, nelle coltellate e nelle aggressioni infami agli omosessuali, nelle teste scolpite dei teppisti che pestano i bengalesi e poi si sentono degli eroi, c’è traccia di un antico veleno. Si riconoscono una malintesa e grottesca ebrezza superomistica, una sottocultura della violenza che è (anche) figlia dello squadrismo fascista. Se Alemanno riuscisse a dirla, questa verità, le sue parole sarebbero più pesanti e utili. Ci dica anche come la vuole combattere questa violenza. Solo esorcizzando lo spettro di Svastichella, infatti, può provare a diventare il sindaco di tutti.

da Il Fatto Quotidiano n°18 del 13 ottobre 2009

Articoli | Francesco Bonazzi

Il manuale del bravo riciclatore, a cosa serve davvero lo scudo

13 ottobre 2009
La vera pacchia nelle banche italiane dove gli evasori sono molto più protetti del previsto.

Sarà che ormai non fa più il fiscalista da anni e di clienti in carne e ossa ne vede pochi, ma il ministro Giulio Tremonti ignora di certo che succede là fuori, oltre le mura umbertine del palazzo di Via XX settembre. Eppure qualunque commercialista vi spiegherebbe che se in una legge si lasciano abbastanza spazi indefiniti, questa forse sembra innocua, ma poi in realtà provoca effetti devastanti. E se il tutto viene peggiorato dalle “Istruzioni definitive dell’Agenzia delle Entrate”, ufficializzate sabato, l’apertura delle stalle per il rientro dei famosi buoi-evasori raggiunge estensioni mai viste. Direttamente da prateria. Ecco allora che cosa sta realmente accadendo nelle banche italiane, secondo quanto raccontano al “Fatto Quotidiano” alcuni dirigenti che hanno la responsabilità di gestire lo scudo. Ne esce la prima collezione “Total Recycling”, autunno-inverno 2009. Oppure il nuovo manuale del Bravo Riciclatore, se vogliamo girare la faccenda dal punto di vista della “dottrina dominante”. Che oggi è quella di chi rimpatria denari e fino a ieri aveva il problema di evitare la contestazione di reati.

OCCHIO ALLE SPROPORZIONI. Se il Bravo Riciclatore ha dei soldi depositati su un conto estero a nome di una società fittizia o di un prestanome, il suo denaro può essere “scudato” in Italia su un conto intestato a una persona diversa da lui e dal “mittente” estero. La banca può effettuare segnalazioni anti-riciclaggio solo se il tizio che le viene mandato avanti vuole affidarle importi “notevolmente sproporzionati al profilo economico-professionale del cliente”. Ma anche nel caso in cui la banca trovi strano che un signore che guadagna cinquantamila euro l'anno voglia rimpatriare dieci milioni, ecco che la legge aiuta il Bravo Riciclatore. Come? Da oggi non è più necessario far partire la segnalazione anti-riciclaggio se la regolarizzazione ha come “reati sottostanti” quelli tributari o il falso in bilancio. In pratica, per non essere segnalati, basta avere una qualsiasi attività economica, dalla tintoria all’autosalone alla scuola di guida (per fare esempi tratti dalle inchieste di mafia) e non dichiarare espressamente che si stanno facendo rientrare i soldi dei Corleonesi. In più, non essendoci obbligo di corrispondenza fra chi effettua il bonifico e chi lo riceve, si può finalmente riciclare su scala mondiale e non più solo da padrino a ragioniere della “mala”. Per ipotesi, se la mafia italiana volesse offrire il suo know-how a quella cinese, da oggi è tutto più facile.

RIPULIRE SOLDI MAI ESPATRIATI. Se il denaro si trova in contanti in Europa, non c'è problema. Il Bravo Riciclato-re deve solo compilare un modulo di rimpatrio e consegnarlo alla banca entro 48 ore dal deposito dei soldi sul conto scudato. Il trattato di Schengen non era stato pensato per questo, ma pazienza. Se invece i soldi si trovano in un paese extra-Ue, la dichiarazione viene consegnata all'ufficio doganale al momento del passaggio della frontiera. É inutile dire che se il denaro si trova già in Italia perché magari è frutto di estorsione, traffico di droga e affini, e non si è avuto tempo o modo di farlo uscire prima, basta che il Bravo Riciclatore si presenti in banca con l’autocertificazione che i milioni provengono da un paese Ue e il gioco è fatto. Anche se i soldi non si sono mai mossi da Gela, per dire.

LO SCUDO PER I POLITICI. Se il Bravo Riciclatore è casualmente un politico corrotto che vuole scudare le tangenti, la nuova legge viene incontro anche a lui. Che, vogliamo mica discriminarlo? La circolare sancisce espressamente che le persone “politicamente esposte” residenti in Italia possono usufruire dello scudo fiscale nello stesso regime di segretezza di tutti gli altri. All’estero, almeno in Occidente, non funziona così. Anzi! Una volta scudate le somme, per il Bravo Riciclatore i rischi sono bassissimi perchè il conto è “secretato”. All'Amministrazione finanziaria è impossibile sapere se un individuo ha un conto corrente presso una certa banca. Le imposte infatti non sono pagate dalla persona che scuda (altrimenti ne rimarrebbe traccia e addio “Bella Italy”), ma dalla banca in qualità di sostituto. E in caso di verifica fiscale sul Bravo Riciclatore, la banca non deve rilasciare informazioni né sull'esistenza né sull’entità del conto scudato. Quindi, se non si è individuati espressamente come mafiosi o riciclatori, non si può essere beccati neanche da un controllo casuale sui redditi.

SI TORNA ALLE CAYMAN! Si possono usare i soldi scudati come meglio si crede e anche questa è una bella notizia per la “libertà di intraprendere” del Bravo Riciclatore. I milioni rimpatriati più o meno fittiziamente si possono investire in titoli, azioni e strumenti finanziari. Il bello è che a questo punto si può nuovamente mandarli all’estero. Se questa meraviglia la scoprissero in Germania, dove la ‘Ndrangheta ha già dato bella prova di sè, non ne sarebbero entusiasti. Insomma, il Festival internazionale del riciclaggio all’italiana è appena iniziato. Le porte delle banche non sono aperte. Sono spalancate per legge. E se il Bravo Riciclatore avesse ancora dubbi, alcuni istituti hanno anche messo a disposizione appositi call center. Neanche la Panama del mitico Manuel Noriega era arrivata a tanto.

da Il Fatto Quotidiano n°18 del 13 ottobre 2009


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